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ventenni italiani in pensione a 71 anni

Ocse: ventenni italiani in pensione a 71 anni, ma pensione effettiva prima dei 63 anni

L’Italia, insieme a Danimarca e Olanda, è uno dei tre Paesi Ocse in cui chi entra oggi nel mondo del lavoro andrà in pensione dopo i 71 anni di età.
L’Organizzazione di Parigi ha invitato il governo italiano a considerare l’età pensionabile effettiva come una priorità

L’Italia, insieme a Danimarca e Olanda, è uno dei tre Paesi Ocse in cui chi entra oggi nel mondo del lavoro andrà in pensione dopo i 71 anni di età.

E’ quanto emerge dal rapporto “Pensions at a Glance 2017” dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, secondo il quale chi ha iniziato a lavorare in Italia nel 2016 a 20 anni, in base alla legge che lega l’età pensionabile alle aspettative di vita, andrà in pensione a 71,2 anni contro i 74 anni della Danimarca e i 71 dell’Olanda. 68 anni in Irlanda e in Finlandia, mentre in tutti gli altri Paesi Ocse l’età pensionabile sarà raggiunta prima.

Attualmente l’età pensionabile in Italia è di 66,6 anni, ma salirà a 67 anni a partire dal 2019 proprio in base all’ultima revisione sulle aspettative di vita dell’Istat. Comunque in Italia l’età di pensionamento “effettivo”, quella cioè determinata in base ai contributi versati, è più bassa di 4,4 anni di quella di anzianità, che attualmente è di 66,7 anni.

L’Organizzazione di Parigi ha quindi invitato il governo italiano a considerare l’età pensionabile effettiva come una priorità.

“L’attuale sfida per l’Italia”, si legge nel rapporto, “consiste nel limitare la spesa pensionistica a breve e medio termine e affrontare i problemi di adeguatezza per i futuri pensionati.

L’aumento dell’età pensionabile effettiva dovrebbe continuare a essere la priorità al fine di garantire benefici adeguati, senza minacciare la sostenibilità finanziaria.

Ciò significa concentrarsi sull’aumento dei tassi di occupazione, specialmente tra i gruppi vulnerabili.

Un mercato del lavoro più inclusivo ridurrebbe anche il futuro tasso di utilizzo delle prestazioni sociali di vecchiaia”.

Al tempo stesso la Penisola è paradossalmente uno dei Paesi a spendere di più su questa voce: ben il 16,3% del pil, sulla base dei dati 2013, peggio ha fatto solo la Grecia con il 17,4%.

L’Ocse ha anche rilevato come si verificherà un aumento dell’età di pensionamento in metà dei Paesi membri con sistemi che la agganciano all’aspettativa di vita in 6 casi tra cui l’Italia (oltre a Danimarca, Finlandia, Olanda, Portogallo e Repubblica Slovacca).

E’ chiaro che in Italia, ma anche in Europa, serve più flessibilità per accompagnare l’uscita dal mondo del lavoro.

In particolare, per alcuni Paesi questa necessità “diventa urgente” in un contesto di invecchiamento della popolazione e di incombente riduzione del lavoro.

“Solo così le politiche previdenziali possono rispondere alle domande di flessibilità senza mettere a repentaglio la sicurezza economica degli anziani”, ha affermato l’Ocse, osservando che “quasi i due terzi dei cittadini dell’Ue” chiedono più part time e di unire pensioni parziali e lavoro piuttosto che andare definitivamente in pensione

Tuttavia i tassi di adozione di queste richieste sono “relativamente bassi”.

In Europa circa il 10% delle persone tra i 60 e i 69 anni combina lavoro e pensione e nei Paesi Ocse circa il 50% dei lavoratori sopra i 65 anni lavora part time.

Questi livelli sono stati stabili negli ultimi 15 anni.

In Italia il ritiro graduale dal mercato del lavoro “non è comune: meno di un terzo di coloro che hanno più di 64 anni svolge tale attività part-time contro circa la metà dell’Ocse”.

Inoltre, secondo l’ente parigino, in Italia la flessibilità in uscita sarà “molto richiesta a partire da circa quattro anni prima della normale età di pensionamento, dopo aver versato contributi per almeno 20 anni”.

Tuttavia, ciò avverrà da parte dei lavoratori con “un’alta età di prepensionamento”.

I benefici di chi va in pensione verranno adeguati “in linea con i diritti accumulati e la speranza di vita residua”.

Senza contare che in Italia solo un lavoratore su 5 ha la copertura di uno schema di pensione integrativa.

Dal 2007 il Tfr dei lavoratori viene automaticamente conferito in fondi pensionistici, salvo che l’interessato faccia esplicitamente la scelta di lasciarlo in azienda.

Nonostante questa norma, solo il 20% della popolazione in età lavorativa è coperto da uno schema pensionistico integrativo.

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, concorda con l’Ocse che ha raccomandato di tenere conto dell’età effettiva rispetto a quella legale per la pensione.

“L’Ocse conferma quelli che diciamo da tempo”, ha detto Boeri. “Bisogna guardare a quella effettiva.

E’ quella che conta”. Mentre per Domenico Proietti, segretario confederale Uil, i dati sulle pensioni pubblicati dall’Ocse “mostrano con evidenza quanto sia urgente avviare la commissione, voluta fortemente dalla Uil, che identifichi con esattezza la spesa previdenziale e quella assistenziale nel nostro Paese, al fine di realizzare un’operazione verità”.

fonte: Milano Finanza

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