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 La successione è un rebus – Trust, fondazioni, patti aziende familiari  

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patti di famiglia e Trust

 

 

 

C’ è chi ricorre a una Fondazione, come ha appena annunciato Giorgio Armani, per “assicurare che nel tempo gli assetti di governo del gruppo si mantengano stabili”.

E chi trasforma le vecchie Sapaz in srl olandesi (come gli Agnelli). Chi sceglie il trust, Cucinelli, ma anche De Longhi e Antinori, e chi si affida al classico testamento, come ha fatto Bernardo Caprotti, dopo anni di liti in tribunale con i figli. Per tutti, il nodo della successione significa affrontare, spesso in un’unica soluzione, il problema dell’eredità e quello, correlato ma su un altro piano, della continuità nella gestione dell’azienda, quando l’imprenditore- fondatore non c’è più. Problemi comuni alle grandi famiglie, che diventano più complessi quando i gruppi industriali sono molto strutturati e gli eredi, giunti magari alla quarta generazione e oltre, sono un battaglione (circa 200 quelli del senatore Giovanni Agnelli, una novantina gli azionisti attuali della Sapaz; sessanta i discendenti di Salvatore Ferragamo; figli di tre madri diverse i fratelli Del Vecchio, tanto per fare qualche esempio). D’altro canto, anche il passaggio tra padre e figlio, quando si è alla prima generazione e la governance dell’impesa non è ancora perfettamente rodata può presentare complicazioni notevoli.

“Non esiste uno strumento legale ad hoc per favorire la successione in azienda – spiega Luigi A. Bianchi, dello studio legale Gatti Pavesi Bianchi alcuni strumenti (ad esempio il trust) funzionano, in parte, come veicolo di trasmissione della proprietà ma non risolvono il problema della successione in azienda. Altri (i patti di famiglia) hanno una tenuta legale debole e non sono idonei in situazioni familiari articolate e, magari, conflittuali.

Le holding di famiglia, invece, favoriscono l’unità di comando ma ingessano l’operatività del gruppo nel caso di dissidi familiari o di discontinuità esterne alla famiglia”.

Insomma, blindare l’eredità e far prosperare l’azienda rischia di essere un esercizio complicato. Un tempo la soluzione più diffusa era quella della società in accomandita, la sapa, in cui i diversi rami aziendali condividevano il controllo della società operativa. Una strada che ha visto varie evoluzioni.

A partire dall’accomandita Giovanni Agnelli & c, che entro fine anno verrà spostata in Olanda e si trasformerà in Bv, una sorta di srl. La cassaforte di famiglia controlla (con una quota del 51,86%) Exor, che a sua volta diventerà una Nv di diritto olandese e voto multiplo; la Sapa ha come principale azionista (al 36,38%) la Dicembre, società semplice controllata dai tre fratelli Elkann, John, Lapo e Ginevra.

Altre dieci società semplici e una fiduciaria conservano i pacchetti degli altri rami familiari. E se qualcuno vuole uscire? Deve offrire in opzione le azioni ai familiari, se nessuno è disponibile compra la stessa accomandita, che periodicamente procede a ridurre il capitale se supera la quota del 10% di autocontrollo. Struttura completamente diversa, ma niente più sapa anche per la famiglia De Benedetti. In questo caso il percorso di successione nella Cofide-Cir è iniziato nel 2009 con le dimissioni di Carlo De Benedetti dalla presidenza delle due holding; il passaggio conclusivo, quello della successione proprietaria, è stato perfezionato nel marzo 2013, quando Carlo ha ceduto gratuitamente il controllo del gruppo, detenuto tramite la Carlo De Benedetti & Figli Sapa, ai tre figli Rodolfo, Marco ed Edoardo. A seguito del passaggio generazionale, la ex accomandita è stata ridenominata Fratelli De Benedetti e trasformata in società per azioni, al 100% di Rodolfo, Marco ed Edoardo.

Per stabilire i meccanismi di prelazione all’interno del numeroso gruppo dei Benetton, puntando alla stabilità nel tempo, è stato arruolato anche il notaio Piergaetano Marchetti. Lo schema prevede che al vertice del ramificato gruppo ci sia Edizione (una srl), controllata da quattro società (due spa e due srl) al 20% ciascuna, una per fratello; i quattro fratelli a loro volta controllano il 5% ciascuno di Edizione, a titolo personale. Il gruppo, che si è aperto ancora di più agli apporti manageriali esterni (dalla seconda metà di gennaio il presidente di Edizione sarà Fabio Cerchiai e l’ad Marco Patuano), ha previsto che nel caso in cui qualcuno voglia uscire dalle società a monte di Edizione debba offrire i titoli in prelazione al proprio ramo familiare, successivamente agli altri parenti (in proporzione) e solo in ultima istanza all’esterno, ma i nuovi entrati devono avere il gradimento di 3 fratelli su quattro.

Accomandita invece per la cassaforte di famiglia dei Boroli-Drago, giunti ormai alla terza generazione alla guida del gruppo De Agostini (anche se è stato già messo a punto un meccanismo per regolare l’ ingresso in azienda della quarta e in prospettiva della quinta generazione). La sapa B&D Holding di Marco Drago e c. in cui trovano spazio 49 eredi, controlla al 66,86% la holding operativa De Agostini spa, alla guida di un impero internazionale che ha la punta di diamante nella Igt, ex Lottomatica (quotata a New York e controllata al 51,2% dal gruppo novarese). Una delle difficoltà, che diventa più forte con i passaggi generazionali, è mantenere la giusta distanza tra persone fisiche e società operative. «Più del 70% delle aziende familiari ha una holding ed è positivo – spiega Guido Corbetta, che ha una cattedra sulle imprese familiari alla Bocconi – poi ci vuole uno Statuto ben organizzato e un cda aperto a persone che non siano solo familiari ». Oppure c’è la soluzione del trust perché, come ripete ogni volta Brunello Cucinelli, «non si ereditano le aziende, si eredita la proprietà». E la proprietà dell’azienda quotata, oltre al resto del patrimonio, è stato riunito in un trust “confezionato” da Esperia (Mediobanca). «E’ una scelta di cui sono felicissimo – aggiunge Cucinelli perché in questo modo l’azienda non si inchioda, ognuno ha il suo ruolo, io posso disporre come voglio dell’azienda e nello stesso tempo la scelta, a favore delle mie figlie, è irreversibile. Le quali, insieme, potranno fare a loro volta quello che più desiderano, anche vendere, ma in caso di disaccordo una dovrà convincere almeno due dei tre professionisti che ho scelto per affiancarle nel trust».

fonte: repubblica

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