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Tassa di successione, che cos’è, come funziona nel mondo

Tassa di successione, che cos’è, come funziona nel mondo

 

L’imposta di successione è una tassa che si applica ai beni ricevuti in eredità. C’è chi la considera un prelievo supplementare su patrimoni già tassati, chi invece la invoca come misura anti-diseguaglianza.

In Italia è stata introdotta nel 1862 come tassa «liberale», ha lo scopo di combattere la rendita, promuovere la mobilità sociale e garantire pari opportunità a tutti attraverso la redistribuzione di ricchezza.

Nel corso del ’900 la tassa subisce varie modifiche, fino a quando nel 1990 è rimodulata in un Testo Unico come «imposta sulle successioni e donazioni»: prevede aliquote progressive, tra il 3 e il 33% del patrimonio, a partire da eredità di valore superiore a 250 milioni di lire.

 La prima riduzione drastica arriva nel 2000 con il secondo governo Amato che abbassa le aliquote (4-8%) e passa da un’imposta unica complessiva sul patrimonio a una calcolata sulla quota di eredità ricevuta da ciascun beneficiario sopra i 350 milioni di lire.

Nel 2001 Berlusconi abolisce del tutto l’imposta, che sarà reintrodotta nel 2006 dal secondo governo Prodi.

Quanto si paga oggi

Oggi i parenti in linea diretta (moglie, figli, nipoti) che ricevono un’eredità fino ad un milione di euro non pagano. Sopra questa cifra versano il 4%. Fratelli e sorelle non pagano nulla fino a 100 mila euro, sul resto I’aliquota è del 6%. Pagano la stessa aliquota anche i parenti indiretti (zii, nipoti, cognati, fino al quarto grado), ma sull’intera eredità.

Infine sui trasferimenti a favore di tutti gli altri estranei alla parentela si paga l’8% su tutto.

Diverse tipologie di beni sono esenti dall’imposta come titoli di Stato italiani e di altri Paesi Ue, aziende, rami di azienda o quote di controllo in società di capitali, il TFR e le prestazioni erogate dai fondi di previdenza complementare, i veicoli iscritti nel Pubblico Registro Automobilistico, le polizze vita. Recentemente il segretario del Pd Enrico Letta, ispirandosi agli studi dell’economista Anthony Barnes Atkinson, autore di «Disuguaglianza.

Che cosa si può fare», ha proposto di portare l’imposta di successione al 20% per i patrimoni di oltre 5 milioni di euro e redistribuire il gettito recuperato ai diciottenni meno abbienti (circa 10 mila euro pro capite), la generazione più colpita dalla crisi.

Esenzioni e aliquote negli altri Paesi

La proposta Letta ha suscitato una levata di scudi, nonostante sia decisamente modesta rispetto alle imposte di successione applicate nei Paesi europei più simili all’Italia sia come popolazione che dimensioni.

In Germania i figli non pagano sotto il tetto di 400 mila euro di eredità, nel Regno Unito sotto i 475 mila, in Francia 100 mila e in Spagna 16 mila. Oltre queste cifre, le percentuali dell’imposta sono ovunque progressive (più alta è la rendita, più alta sarà la tassa) e per i parenti diretti le aliquote arrivano al 30% in Germania, al 45% in Francia: per gli estranei punte del 50% in Germania e del 60% in Francia.

Negli Stati Uniti chi eredita fino a 11,7 milioni di dollari non deve pagare imposte. Per gli importi superiori, invece, si applica un’aliquota del 40%. L’Osservatorio sui conti pubblici diretto da Carlo Cottarelli simula il caso di un’eredità per via diretta da un milione di euro: in Italia e negli Usa l’erede designato non pagherebbe nulla, in Spagna l’imposta ammonterebbe a circa 335 mila euro, in Francia a 270 mila, nel Regno Unito a 245 mila e in Germania a 115 mila.

Quanto vale nel mondo la tassa di successione

Nel 2020 il fisco italiano ha incamerato appena 429 milioni di euro. Nel 2018 il gettito totale dell’imposta in Italia è stato di 820 milioni di euro, contro 5,9 miliardi nel Regno Unito e 14,3 miliardi in Francia, Paesi che hanno una popolazione pressoché simile alla nostra; 2,7 miliardi in Spagna (con 15 milioni di abitanti in meno), 6,8 in Germania . A inizio maggio l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha pubblicato un lungo report nel quale mette a confronto le tasse di successione in 28 Paesi sull’anno 2019 e invita gli Stati con un’imposta molto bassa ad aumentarla.

La ricerca rivela come le nazioni ricavino dalle tasse sull’eredità in media circa lo 0,5% del gettito fiscale complessivo (era l’1% 50 anni fa), e sottolinea che le esenzioni fiscali in Italia sono le più alte al mondo dopo gli Stati Uniti. Tra i Paesi industrializzati ci sono grandi differenze.

Ad esempio la Corea del Sud, dove l’aliquota maggiore raggiunge il 50%, è l’unica nazione a raccogliere più dell’1,5% delle entrate fiscali complessive dall’imposta sulle successioni. Sopra l’1% ci sono Belgio, Francia e Giappone. Gran Bretagna e Irlanda si attestano intorno allo 0,7%, mentre Germania, Stati Uniti e Spagna si fermano allo 0,5%. L’Italia ottiene appena lo 0,2%. In tutto il mondo non recuperano nulla dall’imposta sulla successione Australia, Estonia, Israele, Messico, Nuova Zelanda, Portogallo, Slovacchia e Svezia.

Ricchezza e diseguaglianza in Italia

La diseguaglianza in Italia è esplosa negli ultimi 25 anni, periodo in cui l’imposta sulle successioni è stata assai generosa nei confronti dei più ricchi. Secondo lo studio «The Concentration of Personal Wealth in Italy 1995-2016», da metà anni ’90

lo 0,1% della popolazione più benestante (50 mila persone) ha visto aumentare la propria ricchezza media da 7,6 milioni a 15,8 milioni di euro

Al contrario per il 50% più povero (25 milioni di persone) la ricchezza netta è passata da 27 mila euro a 7 mila euro. Esaminando i registri delle imposte di successione presentati all’Agenzia delle Entrate, gli studiosi hanno appurato che nel periodo analizzato l’ammontare medio dei lasciti ereditari è salito da 200 a 300 mila euro.
Le eredità non crescono solo di valore, ma la loro quota è raddoppiata in proporzione al reddito disponibile delle famiglie italiane (dal 9,5% al 18,5%) ed è sempre più concentrata in un ristretto numero di persone. La diseguaglianza è determinata anche dal tipo di investimenti.
I cinquemila italiani più ricchi hanno un patrimonio tra i 20 e gli 83 milioni di euro, investito per la maggior parte in attività finanziarie e in imprese private, escluse quindi dalla tassazione sull’asse ereditario.
La classe medio-alta, invece, continua a investire prevalentemente in attività immobiliari, per le quali al momento della successione fa fede il valore catastale, che non è aggiornato ai valori di mercato. Il patrimonio del 50% dei meno facoltosi si concentra in conti correnti e oggetti di valore.
Giovani: i più penalizzati

Il rapporto Oxfam del 2020 conferma come la diseguaglianza in Italia sia in continua ascesa. Nel 2019 la ricchezza italiana netta ammontava a 9.297 miliardi di euro: l’1% più benestante (circa 500 mila persone che hanno una ricchezza media di 3,8 milioni di euro) detiene il 22% delle ricchezze nazionali (era il 16% nel 1995), ovvero un patrimonio 17 volte superiore a quello detenuto dal 20% più povero della popolazione. Il 20% più ricco, invece, ha quasi il 70% della ricchezza nazionale. A farne le spese sono soprattutto i giovani.

Dati Eurostat prima della crisi Covid: il 30% dei giovani occupati italiani (18-24 anni) guadagnava meno di 800 euro lordi al mese. Più di uno su 10 era a tutti gli effetti un «working poor», ovvero con lo stipendio non riusciva a vivere dignitosamente. Le retribuzioni annue degli under 30 mostravano un trend di riduzione costante e più marcato rispetto ai colleghi più anziani.

 La situazione dopo la pandemia è ancora peggiore: il blocco dei licenziamenti ha scaricato il peso della crisi completamente su donne e giovani e a marzo 2021 la disoccupazione degli under 25 ha raggiunto il 33%, al top dopo quella spagnola tra i Paesi Ocse. Secondo il rapporto annuale del World Economic Forum l’Italia oggi è solo al 34esimo posto su 82 in termini di mobilità sociale e agli ultimi posti rispetto ai Paesi europei.

Per dare da qualche parte bisogna prendere

Una tassa di successione più equilibrata e che si avvicini al resto d’Europa può aiutare a redistribuire almeno una piccola parte della ricchezza. Inoltre limita la concentrazione di beni nelle mani di poche famiglie.

E si può fare in fretta perché è una misura che non incide sull’attività lavorativa, rispetto a quella sui redditi

È chiaro che per incidere sui bisogni del Paese non basta. Va accompagnata da altre riforme, dall’aggiornamento del catasto in base ai prezzi di mercato alle partecipazioni finanziarie, dalla lotta all’evasione ad una riforma fiscale che faccia pagare il dovuto alle multinazionali. Abbiamo bisogno di «dare» a tante categorie colpite dalla pandemia, ma come si fa a dare a chi non ha, se non prendendo a chi ha molto?

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