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Vino, vero business in Borsa. L’indice mondiale +719% dal 2001

16 Ago 2018, by Your Solution in AIM, BORSA, educazione finanziaria, Your-Solution

Vino, vero business in Borsa. L’indice mondiale +719% dal 2001. Ma l’Italia…
L’export italiano di vino cresce del 5% in media all’anno, superando i concorrenti. Eppure solo 2 gruppi dei 50 quotati nel mondo parlano italiani: Iwb e Masi

Il vino vince nel mondo: le esportazioni di vino nel 2017 hanno sfiorato i 6 miliardi di euro (5,989 per la precisione), con una crescita del 6,5% sul 2016, pari ad un volume stimato di 21,6 milioni di ettolitri, in crescita del 4%, come dire che la crescita è stata trainata da vini di pregio, con prezzi più elevati, piuttosto che di scarsa qualità.

Allargando lo sguardo, dal 2010 a oggi la crescita delle esportazioni è stata pari al 52,8%, con un incremento di oltre 2 miliardi di euro (0,13% di maggior apporto al Pil italiano, nel complesso ancora del 5,5% sotto i livelli 2007 alla fine dello scorso anno).

borsa parigi

Merito degli spumanti (il cui export è passato dai 444 milioni del 2010 a 1.359 milioni lo scorso anno, con un formidabile +206%), ma non solo: l’Italia a differenza di concorrenti diretti come Francia e Spagna e nonostante le periodiche polemiche sui “costi” dell’appartenenza all’euro o sugli squilibri commerciali mondiali, è riuscita a crescere senza interruzioni negli ultimi 5 anni, con una crescita media del 5%, contro il 3%, o meno, dei principali concorrenti (salvo rare eccezioni).

Finora l’export di vino italiano è rimasto più legato al mondo anglosassone rispetto ai concorrenti francesi e spagnoli, ora con la svalutazione del dollaro e della sterlina è probabile che i nostri produttori inizino a guardare ad altre aree, a partire dalla Cina (uno dei tanti motivi per cui l’Italia avrebbe molto da perdere in una eventuale guerra commerciale contro Pechino come minaccia a giorni alterni il presidente americano Donald Trump).

trump xi jiping

A fine 2017 la Cina era l’ottavo mercato di esportazione per i vini imbottigliati (all’undicesimo per esportazioni globali, con circa 140 milioni di euro di esportazioni), in crescita del 29% rispetto all’anno precedente, dato che batte quello medio dell’export italiano verso Pechino (+22,2% nel 2017).

Continuare a crescere a doppia cifra sembra un obiettivo alla portata delle aziende italiane, tanto più che a differenza di altri mercati gli spumanti italiani ancora debbono farsi conoscere e apprezzare dai consumatori cinesi.

Ma se a livelli industriale quello del vino è un business che vale certamente una scommessa, quanto è interessante a livello di investimenti finanziari? Secondo uno studio del comparto vinicolo presentata in questi giorni dall’area studi di Mediobanca, negli ultimi 12 mesi (marzo 2017 – marzo 2018) la capitalizzazione dei titoli che compongono l’indice mondiale di borsa del vino è aumentata del 12,2% (contro una performance pressoché nulla dell’indice Msci World in euro) e se si amplia l’orizzonte temporale di riferimento, i numeri sono ancora più favorevoli agli investitori in vino.

vino e millenials

Dal gennaio 2001 l’indice di Borsa mondiale del settore vinicolo in versione total return (comprensivo dei dividendi distribuiti) mostra un incremento del 719,6%, quello delle borse mondiali “solo” del 148%.

In termini relativi, ossia al netto dell’andamento del listino azionario di ciascun paese, la performance migliore è appannaggio dei titoli del comparto vinicolo statunitense(+744,6%), seguiti a distanza da quelli dell’Australia (+163,5%) e della Francia(+100%), mentre in paesi emergenti, anche nel panorama vinicolo, come Cile (-40,1%) e Cina (-73,4%) investire in titoli del settore ha reso meno che puntare sugli indici generali del mercato.

Manca un raffronto al caso italiano, dato che titoli del settore si sono affacciati sul listino solo negli ultimi anni: il primo è stato Italian Wine Brands (Iwb), che ha debuttato sull’Aim Italia a fine gennaio 2015 a seguito di una business combination di  Giordano Vini e Provinco Italia con la Spac Ipo Challenger. 

Proprietario di due cantine di vinificazione, a Diano d’Alba, nella Langa del Barolo, e a Torricella, nella zona del primitivo di Manduria, Iwb produce un’ampia gamma di vini italiani distribuiti in Italia e all’estero attraverso 12 marchi di proprietà, principalmente sui mercati europei (oltre il 75% del complessivo giro di affari è internazionale).

Con una capitalizzazione di poco inferiore agli 80 milioni di euro, Iwb ha messo a segno un rialzo del 38,5% rispetto ai 10 euro del collocamento, ovvero del 28% rispetto al prezzo di chiusura del giorno del debutto.

Il secondo e finora unico altro titolo vinicolo italiano, Masi Agricola, è un’azienda che produce e distribuisce vini di pregio come gli Amaroni quotatasi nel giugno del 2015 a 4,60 euro e tratta al momento al di sotto del prezzo di collocamento (4,29 euro), con pochi scambi nonostante una capitalizzazione di circa 138 milioni e l’annuncio, dato in previsione della partecipazione al 52esimo Vinitaly che si terrà a Verona dal 15 al 18 aprile, di un  nuovo spumante biologico, Campofalco, nato dalla collaborazione con Canavel Spumanti (società specializzata nella produzione di vini spumanti “premium” della quale Masi detiene il 60%).

Il futuro potrebbe però veder sbarcare in borsa altri produttori vinicoli italiani: sempre secondo l’area studi di Mediobanca, se tutte le 94 Spa e Srl del settore decidessero di sbarcare in borsa, il settore potrebbe arrivare a valere ben 5,3 miliardi di euro di capitalizzazione.

La quotazione in borsa, notano gli esperti di Piazzetta Cuccia, permette alle aziende del settore di compiere un importante balzo dimensionale garantendo una maggiore visibilità internazionale e consentendo al tempo stesso di raccogliere capitali freschi sui mercati da utilizzare per investimenti in vigne, macchinari e marketing.

Il tutto vedendo il proprio equity valorizzato in media il 70% in più rispetto alla situazione attuale: basterà a convincere qualche altro gruppo italiano a sbarcare sul listino rimpinguando la pattuglia tricolore, finora sparuta?

C’è da sperarlo, visto che su 50 aziende vinicole quotate in tutto il mondo otto sono cinesi, sette francesi, cinque nordamericane, quattro cilene, tre spagnole, tre australiane, due tedesche, due neozelandesi, due greche, due bulgare, e appunto due italiane.

Una rappresentazione falsata dei rapporti di forza del settore che non aiuta a valorizzare appieno il comparto e merita di essere corretta nel prossimo futuro.

FONTE: AFFARI ITALIANI

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